Vorrei proporre ai visitatori del blog questo mio racconto, spero vi piaccia.
I miei genitori sono stati dei tossico-dipendenti, forse quella è stata la causa della mia rovina. Di loro ho pochi ricordi, dall'età di sei anni vivo con mia nonna. Vivevo, è da circa un mese che sono in riformatorio. Solo ora capisco la mia ingenuità e una strana vulnerabilità di cui sono sempre stato affetto e gli errori dei miei genitori. Dopo avermi concepito, mia madre ad appena 17 anni è fuggita di casa per rifugiarsi in uno squallido appartamento che apparteneva alla famiglia di mio padre, nelle cosiddette Vele. Le famiglie pressavano, i miei erano gente debole ed hanno ceduto. Visto che i soldi scarseggiavano ed il padrone di casa (zio di mio padre) voleva la retta dell'affitto, così il mio babbo cominciò a fare piccole rapine per sdebitarsi, poi per drogarsi. Una sera arrivò euforico a casa per quanto possa ricordare. L'ultima cosa che scorgo di loro nella mia memoria furono i loro corpi a terra, su quel pavimento così umidiccio e sporco che gli faceva da nido. Morirono abbracciati, così mi ricorda mia nonna. Con lei ho vissuto dopo la loro morte. Era anziana. Mi preparava da mangiare a pranzo e a cena, lavava i miei indumenti eppure non aveva le forze di occuparsi del resto. Uscivo, rientravo quando volevo. L'importante era “non entrare in brutti giri”mi diceva. Eppure un venerdì pomeriggio qualche mese fa bussarono alla porta. Dall'aspetto percepii che non erano boy-scout eppure non ebbi timore di parlare con loro. Erano due uomini molto grossi, vestiti allo stesso modo. Entrambi indossavano pantalone e maglia firmata D&G e scarpe originali Nike; parlavano un napoletano secco, antico. Non era il dialetto che avevo sempre sentito, piuttosto un'altra lingua quella della guerra, del ricatto, della minaccia. Uno dei due era calvo con una grossa cicatrice che partiva dal sopracciglio destro e terminava all'inizio dell'orecchio. Si chiamava Gennaro. L'altro non mi disse il nome, credo non fosse importante. Iniziarono a raccontarmi di mio padre. Lo descrissero come l'eroe del giorno. Poi ad un tratto arrivò quella coltellata che forse mi aspettava da 11 anni.”Giovine tuo padre con nuj aveva qualche debituccio...tua nonna è vecchia non credo sia il caso di parlargliene. Se ci fai coc lavoretto ci ripaghi e tutto torna come prima.” Finché si doveva solo parlare, con quei tipi , tutto andava bene. Ma ora mi chiedevano di saldare quei debiti che mio padre inesistente e drogato mi aveva lasciato. I Fantasmi del passato tornarono a perseguitarmi. In una frazione di secondo pensai che saldato il debito, sarebbero stati contenti anche i fantasmi ed avrei continuato a fare la mia vita. Da bambino avevo abbandonato le Vele. Ora abitavo a Carlo 3°, avevo chiuso con quella vita che non avevo scelto, ed ora per il bene di mia nonna non potevo scegliere di non farne parte. Gli uomini andarono via . Mi dissero”Pensaci !!” e mi sorrisero in modo beffardo, forse conoscevano già la mia risposta. Cosa fare? Questa domanda mi tormentò per due giorni. Avevo sempre studiato la mafia, la camorra e sapevo che erano da combattere. Ma non vi avevo mai avuto a che fare. Ora era in gioco mia nonna, l'unica che si prendeva cura di me, l'unica che meritasse realmente la mia protezione ed il mio amore. Sì, dovevo proteggerla, era mio dovere. Come già detto il mio tormento durò due giorni appena. Infatti si presentarono al pomeriggio a casa mia. Ero affacciato alla finestra, li vidi e scesi subito in strada. Mi guardarono e dissero”Hai fatto la scelta giusta.” Salii in macchina gridando un “ti voglio bene ” a mia nonna . Mi dissero che volevano testare le mie capacità perché non avevano voglia di rischiare che qualsiasi loro affare saltasse per colpa mia. Così scesi dall'auto mi misero in un angolo mi diedero le direttive su ciò che dovevo fare. Appena avrei visto dei poliziotti avrei dovuto gridare”Ciao Mario!!!” e loro avrebbero smesso di fare quello che stavano facendo. Cosa non me lo dissero; non conoscevo quella vita eppure non dovevi essere un genio per capire che stavano spacciando droga. Questa storia andò avanti per circa due settimane, ero il palo del gruppo e fin ora non avevo ancora fallito. Uno di quei pomeriggi chiesi quando il debito fosse stato saldato e con la pistola ben in vista mi risposero, con tono minaccioso, che me lo avrebbero detto loro. Cominciai a girare per tutti i quartieri più squallidi ed abbandonati dai Dio di Napoli e provincia con i miei protettori: Secondigliano, Scampia, Casavatore e tanti altri paesini limitrofi. Gli uomini avevano corpo umano ma i loro atteggiamenti erano animaleschi. Quelle zone erano marce, marci gli uomini , le autorità, le strade. Una volta entrarono alcuni del gruppo in un palazzo. Io rimasi con un “novizio”, tutt'altro che contrario a quella situazione o forse per lui vita, in auto. All'improvviso spari, niente grida, urla, ma silenzio, quello dell'indifferenza e dell'omertà. I nostri capi ornarono in auto correndo macchiati di sangue. Fuggimmo via. Da quel momento cambiò tutto. Uscivamo sempre meno spesso e se lo facevamo eravamo cento volte più attenti. Non era un bel periodo quello. I clan si facevano la guerra. Io avevo paura, infatti né chiesi né mi dissero mai per quale clan camorristico lavoravo, era troppo pericoloso. Erano passati due mesi, non ce la facevo più, era l'unica vita che non avrei mai sognato di fare e la stavo, appunto, vivendo. Ormai ero a pezzi quando mi dissero “Ora sì che sei pronto giovine” e mi misero tra le mani un pacchetto bianco. Avevo sempre fatto il palo del gruppo. Sentivo l'odore, ne sentivo parlare,vedevo ragazzi morirne,ma non avrei mai pensato di averla in mano quella “roba” che aveva ucciso me e i miei genitori. Ciò nonostante cominciai a maneggiarla più volte dovevo spacciarla. Ora, mi dicevano, ero uno di loro. No, non volevo essere causa di pianti e dolore e morte, strazi e distruzione. Una sera a Scampia mi diedero lo stesso incarico, per l'ennesima volta. La differenza fu che non mi volli far accompagnare, andai solo, avevo voglia di riflettere. Volevo uscire da quel giro, ma come? E mentre camminavo ebbi l'idea. Vi era in un angolo una pattuglia dei carabinieri. Cominciai così a correre e vi passai innanzi. Subito questa insospettita dalla mia corsa, naturalmente, mi seguì. Feci finta di inciampare, poi caddi realmente e mi sbucciai il ginocchio. Dopo la caduta in un'istante mi sentii colpevole di ciò che avevo fatto, l'istante dopo non più. Mi misero le manette. Fui felice, potevo ora davvero dire di essere un uomo e di essere riuscito a salvare la mia vita. Raccontai quasi tutto alla polizia. Non mi andava di infangare la memoria dei miei genitori, l'unica che capì senza dover dir nulla fu mia nonna. In riformatorio fu l'unica che mi venne a trovare e lo fa tutt'oggi. I miei vecchi amici mi hanno abbandonato. Quelli del giro vennero un giorno a farmi visita, dissero “non sei buono ma il debito lo hai saldato stando qui.” Io che non avevo fatto nulla per meritare quella fine ero lì in riformatorio e loro? Un senso del dovere così, mi pervase. Non so se feci bene, mia nonna mi incoraggiò...mah... fatto sta che questo pomeriggio verrà il commissario e scoprirà da me luoghi, giri e qualche soprannome di quelli che mi hanno ucciso dentro. Forse è tardi, forse invece no per aiutare la giustizia.